2012-2021
Grattacielo neuronale inabitabile. L’apparenza che inganna.
Quel
che è strano, via!
L’ospite
Recco, luglio 2002. Sdraiato sul divano di casa, assorto nella lettura di un libro estivo, Carlo Gloria trascura la presenza dell’ospite. Poiché in quell’istante il nucleo centrale del suo interesse gravita attorno al tentativo di dimenticare la realtà stessa di quel divano, di quella casa e di quel paesaggio, quando l’ospite propone l’idea di una passeggiata panoramica fi no alla tabaccheria Carlo Gloria risponde che no, in quel momento di fare una passeggiata proprio non ha cazzi. A questo punto l’ospite in piena crisi d’astinenza dovrà cavarsela da solo. Esce, monta in macchina e parte. Durante il tragitto inforca tre sensi vietati accumulando multe per l’importo di 247 euro. Il ritardato pagamento delle stesse implicherà l’aggravio di 180 euro supplementari, per un totale complessivo di 427 euro. L’ospite e Carlo Gloria sono quasi amici. L’ospite è un pittore, Carlo Gloria invece si gingilla col computer manipolando a suo piacere le fisionomie di persone e cose. Il pittore ha una visione romantica del mestiere. Carlo Gloria è freddo e clinico come una statua di sale sotto il sole. L’ospite, che non ha mai visto una statua di sale liquefarsi al sole, guarda Carlo Gloria e non capisce la sua ansia estiva. L’ospite baratta un’opera di Carlo Gloria con un cellulare di ultima generazione. L’ospite invidia molto la suoneria polifonica di quel cellulare e si rattrista. L’ospite invidia a Carlo Gloria il fatto di non sporcarsi le mani. Carlo Gloria invidia all’ospite il fatto di sporcarsi le mani. Perché entrambi perseguano un arte che non li soddisfi rimane tutt’oggi un mistero. L’ospite pensa di essere un impostore e smette di dipingere. “E’ tipico dei grandi artisti” gli spiega Carlo Gloria. L’ospite allora si sente meglio e riprende a dipingere portandosi a livello dei pittori normali. Carlo Gloria telefona all’ospite, si fa spiegare i trucchi fondamentali e comincia a dipingere. Carlo Gloria dipinge come l’ospite gli suggerisce ma realizza quadri che l’ospite non saprebbe dipingere. Carlo Gloria e l’ospite si sono fraintesi, ma la cosa non dispiace a nessuno.
Bacon diceva che per dipingere una bocca bisogna evitare di dipingere una bocca. L’ospite non sa esattamente cosa centri questa storia con l’Unità di Misura, ma sente che c’è un legame profondo.
Grattacielo neuronale inabitabile. L’apparenza che inganna. Quel che è strano, via!
Marco Fantini
Io sono l’unità di misura. Il mondo ruota intorno a me: si deforma se mi sposto, si piega se mi giro, si capovolge se mi sdraio, si spegne se dormo. La mia stanza è lunga sei passi e alta quasi due carli. Il carlo è l’unità di misura della poltrona su cui siedo, dello schermo del computer, della piazza in cui abito, della città dove vivo. Della politica, dell’arte, della medicina, della religione. Chiudo gli occhi e tutto scompare.
Però è difficile percepirsi come un tutt’uno: prendiamo la vita quotidiana. Dormo nel letto, porto a spasso il cane, lavoro in studio, vado a trovare la mamma. Mi arrabbio e sono conciliante, puntuale e ritardatario, mi ricordo e dimentico, guardo e sono osservato. Ci vorrebbero più ritratti, oppure bisognerebbe apparire più volte nella stessa immagine.
Anche l’autoritratto porta alla moltiplicazione dei ruoli. Sono l’autore, il regista, lo sceneggiatore, il costumista, l’attore, il montatore e la postproduzione. Poi sono lo spettatore. Sto guardandomi. Dall’interiorità al mondo esterno, ogni soggetto diventa una performance. Perché noi non siamo il nostro autoritratto, siamo molto di più.